Vai al contenuto
Anna SartoriBiologa Nutrizionista

Sovrappeso in età pediatrica: cosa si fa, e cosa non si fa

La valutazione si fa sulle curve di crescita, non su una bilancia. Perché un bambino non si mette a dieta, e su quali abitudini di famiglia si lavora invece.

di Anna Sartori, Biologa Nutrizionista · 9 minuti di lettura ·

Quasi sempre la questione si apre in uno di due modi: un bilancio di salute in cui il pediatra segnala che il peso si è spostato sopra la sua curva, oppure un'osservazione fatta da qualcun altro — a scuola, in famiglia, in palestra — che arriva prima di qualunque valutazione.

Sono due punti di partenza molto diversi, e vale la pena distinguerli subito, perché il secondo produce spesso reazioni che peggiorano la situazione invece di migliorarla.

Prima cosa: la valutazione non si fa con una bilancia

In età pediatrica il peso da solo non dice quasi niente, perché il metro di riferimento cambia continuamente: un bambino cresce in altezza, cambia composizione corporea, attraversa fasi in cui il peso anticipa la statura e fasi in cui la rincorre.

La valutazione si fa sulle curve di crescita e sui percentili, guardando peso e altezza insieme e — soprattutto — il loro andamento nel tempo. Un singolo punto non è un'informazione: due punti a distanza di mesi lo sono. Ed è una valutazione clinica, che fa il pediatra: se non è ancora stata fatta, è da lì che si comincia, non da una dieta.

Questo ha una conseguenza pratica importante. Molti bambini che vengono percepiti come «in sovrappeso» sono dentro il loro percorso di crescita, e molti che lo sono davvero non lo sembrano. L'occhio, il proprio o quello degli altri, è uno strumento inaffidabile — e a differenza delle curve, quando sbaglia fa danni.

La cosa che non si fa: mettere un bambino a dieta

Questa è la parte in cui vale la pena essere espliciti, perché è la reazione più istintiva.

Una restrizione calorica impostata su un bambino che sta crescendo interferisce con la crescita, e non è il solo problema. Le diete in età pediatrica e adolescenziale sono uno dei fattori di rischio meglio documentati per lo sviluppo di un disturbo dell'alimentazione, e la traiettoria non è simmetrica: un rapporto con il cibo che si guasta a nove anni può durare decenni, mentre qualche chilo di distanza dalla propria curva a nove anni, gestito bene, si riassorbe nella crescita.

Nella grande maggioranza dei casi l'obiettivo in età pediatrica non è far perdere peso. È rallentare l'aumento e lasciare che l'altezza recuperi la distanza — cosa che in un organismo che cresce succede, se le abitudini cambiano.

Per la stessa ragione non si contano le calorie, non si pesano le porzioni davanti al bambino, non si fanno pesate settimanali domestiche, e non si commenta il suo corpo. Nemmeno in senso incoraggiante: «sei un po' cresciutello ma stai bene» è una frase su un corpo, e a otto anni si registra come tale.

Su cosa si lavora, allora

Sulle abitudini della famiglia, non sul piatto di un singolo componente. È un cambio di soggetto che sembra retorico e non lo è: un bambino non compra la spesa, non decide gli orari, non organizza i pomeriggi. Chiedere a lui di cambiare quello che non controlla è chiedergli una cosa impossibile e poi fargliene una colpa.

Le leve che nella pratica spostano di più sono poche e sempre le stesse.

Le bevande. Succhi e bibite fuori dai pasti sono spesso la quota di zuccheri più consistente della giornata, e passano inosservati perché il bicchiere non si conta. Sostituirli con acqua è l'intervento con il miglior rapporto fra sforzo e risultato di tutto l'elenco.

La struttura della giornata. Colazione, tre pasti, due merende a orari ragionevoli. Il problema più comune non è cosa si mangia ai pasti ma quello che si mangia fra i pasti senza accorgersene, e quasi sempre nasce da un pasto salato saltato o troppo scarso.

La dimensione delle merende, che spesso da sole valgono un pasto. Come sono fatte quelle che tengono è in le merende per i bambini.

Il movimento quotidiano, che conta più dello sport. Due allenamenti a settimana in una giornata altrimenti seduta spostano poco; andare a scuola a piedi, giocare fuori, usare le scale spostano molto perché riguardano tutti i giorni.

Il tempo davanti a uno schermo, che agisce due volte: sottrae movimento e produce un mangiare disattento in cui la sazietà non viene percepita.

Il sonno. È il fattore che viene nominato meno e ha un'associazione solida: dormire poco, in età pediatrica, si associa a un rischio maggiore di eccesso di peso.

Come si presenta la cosa al bambino

Non come un problema suo. Le abitudini che si cambiano si cambiano per tutti: se l'acqua sostituisce i succhi, li sostituisce a tavola per chiunque; se si va a piedi, ci si va insieme.

Il vocabolario conta più di quanto sembri. Si parla di energia, di forza, di stare bene, di quello che il corpo riesce a fare — non di peso, non di grasso, non di «cibo che fa ingrassare». E non si dividono gli alimenti in buoni e cattivi: è una separazione che non regge nemmeno scientificamente, e in età pediatrica costruisce esattamente il tipo di rapporto colpevolizzato con il cibo che si vuole evitare.

Una cosa che invece funziona, ed è controintuitiva: coinvolgerlo nella cucina e nella spesa. Un bambino che partecipa a preparare qualcosa lo mangia più volentieri e comincia a capire cosa contiene.

Il ruolo del medico, che non è una formalità

Nell'eccesso di peso in età pediatrica ci sono cose che vanno escluse o valutate da un medico, e non sono deducibili dall'aspetto: una crescita staturale che rallenta insieme al peso che aumenta, per esempio, è un quadro che va indagato e non gestito con la dieta. Lo stesso vale per la valutazione di eventuali alterazioni metaboliche o della pressione, per la storia familiare, e per le condizioni in cui l'aumento di peso è il sintomo di qualcosa d'altro.

Quindi il percorso comincia dal pediatra, e il lavoro nutrizionale sta dentro quella cornice. Una consulenza nutrizionale non fa diagnosi.

Cosa aspettarsi, e in quanto tempo

Non un risultato in settimane. Il tempo di riferimento di questi percorsi è di mesi, e la ragione è che si sta lavorando su abitudini di una famiglia intera, non su un piano da rispettare per venti giorni.

I segnali che le cose vanno nella direzione giusta, in ordine di quanto arrivano presto: le bevande sono cambiate; i pasti sono a orari regolari; il bambino ha più energia e si muove di più; la curva del peso rallenta la sua salita mentre l'altezza continua; il numero di alimenti che accetta si è allargato. Il peso in valore assoluto è l'ultimo di questa lista, non il primo — e in un bambino che cresce può anche salire mentre la situazione migliora.

Quando serve un percorso, e non un articolo

Quando la valutazione del pediatra indica che c'è una distanza dalla curva da recuperare; quando in famiglia ci sono già diabete, ipertensione o dislipidemie e vale la pena intervenire presto; quando i tentativi fatti in casa hanno prodotto tensione ai pasti; e quando il bambino ha cominciato a parlare del proprio corpo in termini negativi — che è il momento in cui la questione non è più nutrizionale soltanto, e va guardata con attenzione e con le persone giuste intorno.

Lo studio è a Mira, sulla Riviera del Brenta. Ci arrivano soprattutto famiglie da Dolo, Mirano, Spinea, Mestre e Oriago di Mira, e chi non può spostarsi fa lo stesso percorso online.

Da leggere dopo

Se la tua situazione è specifica

Un articolo può spiegare come funziona, non può guardare i tuoi dati. Il percorso «Bambini e adolescenti» parte da quelli.