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Anna SartoriBiologa Nutrizionista

Svezzamento a 4 o a 6 mesi: perché girano due risposte diverse

Da dove vengono le due indicazioni, cosa dicono davvero OMS e società pediatriche europee, e perché per un bambino nato prima del termine il conto si fa diversamente.

di Anna Sartori, Biologa Nutrizionista · 7 minuti di lettura ·

Chi cerca questa risposta di solito l'ha già trovata due volte, e diversa. Il pediatra ha detto sei mesi. Una zia ha raccontato che i suoi figli prendevano la crema di riso a tre mesi e sono cresciuti benissimo. Su una confezione al supermercato c'era scritto «dal 4° mese». Nessuna delle tre fonti stava mentendo: sono tre cose diverse, dette in tre momenti diversi e per tre scopi diversi. Conviene separarle, perché una volta separate la contraddizione sparisce.

Le due indicazioni ufficiali, e perché non litigano

L'Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda l'allattamento esclusivo per i primi sei mesi di vita, e l'avvio dell'alimentazione complementare intorno ai sei mesi compiuti.

Le società scientifiche pediatriche europee dicono una cosa apparentemente diversa: l'alimentazione complementare non dovrebbe cominciare prima delle diciassette settimane compiute, né essere rimandata oltre le ventisei.

Sembrano due risposte in conflitto e non lo sono, perché rispondono a due domande. La prima è una raccomandazione di salute pubblica: indica l'obiettivo verso cui orientare milioni di famiglie, in tutti i contesti del mondo, e sei mesi è l'obiettivo giusto. La seconda descrive un intervallo clinico: dice dentro quale finestra la scelta resta appropriata per un singolo bambino.

Diciassette settimane sono circa quattro mesi. Ventisei sono circa sei. Ecco da dove escono i due numeri: sono gli estremi della stessa finestra, non due scuole di pensiero.

Nella pratica questo significa una cosa molto concreta: dentro quel margine di alcune settimane non decide il calendario, decide il bambino. E siccome il calendario non decide, non esiste un giorno in cui si è in ritardo.

Perché «dal 4° mese» continua a girare

Per due ragioni, e nessuna delle due è una raccomandazione.

La prima è storica. Per decenni l'indicazione corrente in Italia e in gran parte d'Europa è stata di cominciare intorno ai quattro mesi, e chi ha avuto figli negli anni Ottanta e Novanta ha ricevuto quell'indicazione da un pediatra, non da una leggenda di famiglia. È cambiata l'evidenza, non la buona fede di chi la seguiva. Quando una nonna dice «io ho fatto così» sta riportando fedelmente la medicina del suo tempo.

La seconda è un'etichetta. Sulle confezioni degli alimenti per l'infanzia l'indicazione dell'età — «dal 4° mese», «dal 6° mese» — dice a partire da quale età quel tipo di prodotto ha una composizione adeguata. Non dice a partire da quale età quel prodotto serve, e non è un invito a iniziare. È un'informazione sul contenuto della confezione, scritta per chi la vende e per chi la controlla. Letta come consiglio, sposta la decisione dal bambino allo scaffale.

Le settimane si contano dalla nascita, tranne quando non si contano

Per un bambino nato a termine la finestra si conta dalla data di nascita, ed è la cosa più semplice di questo articolo.

Per un bambino nato prima del termine no. L'età che conta per la maturità neuromotoria è l'età corretta, cioè quella calcolata sulla data presunta del parto, e su questo la decisione non si prende leggendo un intervallo: si prende con il pediatra, guardando insieme la crescita, la storia clinica e i segnali di quel bambino. È il caso in cui la domanda «quattro o sei mesi?» non ha una risposta generale, e chiunque te ne dia una senza sapere nulla del bambino sta rispondendo a un'altra domanda.

Vale anche in altre situazioni: una crescita che si è discostata dalla sua curva, una patologia nota, un'allergia in famiglia. Non sono motivi per aspettare in silenzio, sono motivi per parlarne prima di iniziare.

Cambia qualcosa se il bambino prende latte formulato?

La finestra è la stessa, e i segnali sono gli stessi.

Il motivo per cui la domanda si pone è ancora storico: l'indicazione dei quattro mesi era nata in un'epoca in cui l'alimentazione con formula era molto più diffusa, e le due cose sono rimaste associate nel discorso comune. Ma la maturità della deglutizione, del rene e dell'intestino non dipende da cosa c'è nel biberon, e nemmeno l'interesse per il cibo degli adulti.

L'unica differenza reale riguarda il ferro, e non cambia il quando: cambia il cosa. Le formule per lattanti sono addizionate di ferro, il latte materno ne contiene poco ma altamente disponibile, e in entrambi i casi dopo i sei mesi le riserve accumulate in gravidanza si stanno esaurendo. Il ferro resta la priorità nutrizionale dei primi mesi di alimentazione complementare in ogni caso.

Cosa si perde ad anticipare, cosa si perde a rimandare

Anticipare oltre il ragionevole — prima delle diciassette settimane — vuol dire proporre cibo a un bambino il cui apparato digerente e il cui controllo neuromotorio non sono ancora pronti, e togliere latte in un momento in cui il latte è ancora il nutrimento principale. Il cibo solido, a quell'età, non aggiunge: sostituisce, e sostituisce qualcosa di più nutriente.

C'è anche una cosa che anticipare non fa, e che invece è la ragione per cui molte famiglie anticipano: non fa dormire. I risvegli notturni intorno ai quattro mesi sono un fenomeno noto dello sviluppo del sonno e non dipendono dalla fame di solidi. È la credenza più diffusa che incontro, e la più difficile da smontare, perché a quel punto della notte chiunque proverebbe qualsiasi cosa.

Rimandare oltre le ventisei settimane costa su tre fronti. Il ferro, come detto. Le consistenze: la disponibilità ad accettare cibi non lisci ha una fase in cui si costruisce più facilmente, e chi arriva tardi ai grumi e ai pezzetti spesso li accetta con più fatica. E la finestra degli alimenti potenzialmente allergizzanti, dove l'evidenza degli ultimi anni ha ribaltato l'indicazione di un tempo: rimandarli non protegge, e introdurli nel momento appropriato è semmai favorevole.

Come si decide, in concreto

Non scegliendo un numero fra quattro e sei, ma guardando il bambino dentro quella finestra. I segnali osservabili in casa — la postura stabile, il riflesso di estrusione che si è spento, la mano che porta le cose alla bocca di proposito, l'interesse per il piatto degli altri — sono descritti uno per uno in quando iniziare lo svezzamento, e valgono più di qualunque data.

La regola pratica che uso in visita è questa: se i segnali ci sono e siamo dentro la finestra, si comincia. Se mancano, si aspettano due settimane e si riguarda. Aspettare due settimane non ha mai fatto danno a nessuno; forzare un bambino che non è pronto sì, e il primo danno è sul rapporto con il cibo, che è quello che resta più a lungo.

Lo studio è a Mira, sulla Riviera del Brenta. Ci arrivano soprattutto famiglie da Dolo, Mirano, Spinea, Mestre e Oriago di Mira, e chi non può spostarsi fa lo stesso percorso online.

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