Le prime pappe: cosa metterci davvero
Ferro, energia e consistenze: quali alimenti hanno la priorità nei primi mesi di alimentazione complementare, e perché la quantità non è il dato da guardare.
di Anna Sartori, Biologa Nutrizionista · 7 minuti di lettura ·
Stabilito il quando, la domanda successiva arriva subito e ha una forma molto pratica: cosa ci metto dentro. È il momento in cui molte famiglie si procurano uno schema, lo attaccano al frigorifero e cominciano a seguirlo con la sensazione di fare un compito.
Il ragionamento è più semplice dello schema, e regge meglio quando la settimana non va come previsto. Ci sono due priorità nutrizionali, un principio sulle consistenze, e una lista corta di cose da rimandare. Tutto il resto è organizzazione della cucina.
Le due priorità: ferro ed energia
Il latte, materno o formulato, resta l'alimento principale per tutto il primo anno. L'alimentazione complementare si chiama così proprio per questo: completa, non sostituisce. Quindi la domanda giusta non è «come lo nutro», è «cosa gli manca che il latte non copre più».
Sono due cose. Il ferro, perché le riserve accumulate durante la gravidanza si esauriscono intorno ai sei mesi e il solo latte non ne contiene abbastanza per il fabbisogno di quell'età. E l'energia in poco volume, perché lo stomaco di un lattante è piccolo e una pappa molto diluita riempie senza portare quasi niente.
Da qui discende tutto. Gli alimenti che meritano di essere presenti nei primi mesi sono quelli che portano ferro e densità: carne, pesce, legumi, uovo, cereali non raffinati, e una fonte di grassi come l'olio extravergine d'oliva a crudo. I grassi non sono un'aggiunta facoltativa: a quell'età sono il modo più efficiente di mettere energia in un cucchiaio.
Frutta e verdura entrano dal primo giorno, ma è utile sapere che ruolo hanno. Non coprono i fabbisogni: costruiscono il gusto, l'abitudine ai sapori amari e alle fibre, la varietà. Sono un investimento sui prossimi vent'anni, non il pasto di oggi. Una pappa fatta solo di verdura e brodo è, dal punto di vista nutrizionale, poco più che acqua saporita.
Il brodo vegetale, e cosa ci si fa
La tradizione italiana comincia dal brodo vegetale, e non è sbagliata: è un modo delicato di introdurre sapori nuovi e di ottenere la consistenza giusta. Il punto è che il brodo è il veicolo, non il contenuto. Se dentro ci finiscono soltanto una patata e una carota, il piatto è quasi vuoto.
Il brodo diventa un pasto quando ci si aggiungono le cose dell'elenco di sopra: un cereale, una fonte proteica, l'olio. E le verdure che l'hanno fatto vanno passate e rimesse dentro, non buttate — è lì che stanno le fibre e buona parte di quello che si voleva far assaggiare.
Un alimento nuovo alla volta, ma senza rigidità
La regola utile è introdurre un alimento nuovo alla volta, ripetendolo per due o tre giorni prima di passare al successivo. Non per timore: per poter attribuire una reazione a qualcosa di preciso, se c'è.
Detto questo, non è una procedura da laboratorio. Se una settimana ne entrano tre in cinque giorni non è successo niente. La rigidità serve solo se in famiglia ci sono allergie note, e in quel caso il modo di procedere si concorda prima con il pediatra.
Sul fronte opposto, invece, la tendenza attuale è l'esatto contrario di quella di dieci anni fa: rimandare l'introduzione degli alimenti potenzialmente allergizzanti non protegge, e l'evidenza degli ultimi anni suggerisce che introdurli nella finestra appropriata sia semmai favorevole. Uovo, pesce, frutta a guscio in forma spalmabile o macinata, glutine: entrano come tutto il resto, nei tempi di tutto il resto.
Le consistenze contano più della lista degli ingredienti
Questa è la parte che si sottovaluta più spesso, e quella che dà più problemi a distanza di mesi.
Si comincia con consistenze omogenee, perché è quello che un bambino di sei mesi riesce a gestire in sicurezza. Ma la progressione verso il grumo, il pezzetto morbido e il cibo da tenere in mano non è un dettaglio estetico: è un apprendimento motorio, e ha un momento in cui si costruisce più facilmente. I bambini che restano a lungo su preparazioni completamente lisce spesso accettano male i pezzetti quando arrivano, e non perché siano capricciosi: non hanno avuto occasione di imparare a gestirli.
In pratica: entro i nove-dieci mesi la consistenza dovrebbe essere già andata avanti — schiacciata con la forchetta invece che frullata, con pezzi morbidi riconoscibili, e qualcosa da portare alla bocca da soli. Vale anche per chi ha scelto la strada delle pappe: le due strade si incontrano qui, e la differenza fra loro è raccontata in autosvezzamento o pappe tradizionali.
Quanto deve mangiare
Poco, e per un po' di tempo pochissimo. È la risposta che rassicura meno e che serve più di tutte.
Nelle prime settimane un bambino può prendere due o tre cucchiai e smettere, e va bene così: sta imparando un gesto nuovo — portare in bocca, gestire, deglutire una cosa che non è latte — e non sta coprendo un fabbisogno. Il fabbisogno lo copre ancora il latte.
Per questo la quantità è il dato peggiore su cui giudicare l'andamento. I segnali utili sono altri: la crescita che prosegue lungo la sua curva, il numero di alimenti accettati che aumenta lentamente, il bambino che si avvicina al piatto con curiosità e non con tensione, e i pasti che non sono diventati il momento peggiore della giornata per nessuno dei presenti.
La lista corta di cosa rimandare
Poche voci, tutte per ragioni precise:
- il miele, prima dell'anno, per il rischio di botulismo infantile;
- il sale, che il rene di un lattante non gestisce bene, e che abitua a una soglia di gusto destinata a restare;
- lo zucchero aggiunto, per la stessa ragione di abitudine, e perché occupa lo spazio di calorie più utili;
- il latte vaccino come bevanda, prima dell'anno — come ingrediente in una preparazione è un'altra cosa;
- i succhi di frutta, che non aggiungono nulla rispetto alla frutta e abituano al dolce liquido;
- gli alimenti che possono provocare soffocamento nella loro forma intera: frutta a guscio, chicchi d'uva interi, pomodorini, pezzi tondi, duri e delle dimensioni di una trachea.
L'acqua, invece, si offre da subito: un bicchiere o una tazza al pasto, senza insistere sulla quantità.
Dove serve uno sguardo in più
Quando la crescita rallenta o si discosta dalla sua curva, quando il rifiuto è sistematico e non occasionale, quando un'esclusione alimentare va avanti da settimane, o quando ogni pasto è diventato un braccio di ferro. In quei casi non serve provare un altro schema: serve guardare la situazione di quel bambino nel dettaglio, con la sua storia alimentare e le sue curve davanti.