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Anna SartoriBiologa Nutrizionista

Gli errori che si fanno in buona fede durante lo svezzamento

Otto abitudini diffuse che rendono lo svezzamento più difficile di quanto sia, dall’ultimo cucchiaio insistito al pasto sostituito con il latte.

di Anna Sartori, Biologa Nutrizionista · 7 minuti di lettura ·

Nessuno di questi è un errore da distrazione. Sono tutti gesti che si fanno per una ragione sensata: perché mangi qualcosa, perché non resti con la fame, perché il pasto finisca prima che finisca la pazienza. È per questo che sono così diffusi, ed è anche per questo che vale la pena guardarli uno per uno: quello che li rende controproducenti non è ovvio.

1. L'ultimo cucchiaio

Il bambino ha girato la testa, ha chiuso la bocca, ha spinto via la mano. Restano tre cucchiai nel piatto e sembra un peccato.

Insistere su quegli ultimi cucchiai è il gesto più comune e quello con il costo più alto a lungo termine. Un bambino nasce con una regolazione della fame e della sazietà che funziona: percepisce quando ha finito e lo comunica. Ogni volta che quel segnale viene scavalcato, l'informazione che passa è che il momento di smettere non lo decide il proprio corpo ma qualcun altro. È un apprendimento che resta molto oltre l'infanzia, e sistemarlo da adulti è un lavoro lungo.

Il piatto lasciato a metà non è una sconfitta. La quantità è il dato meno informativo di tutto lo svezzamento.

2. Sostituire il pasto rifiutato con il latte

Ha mangiato poco, quindi si compensa con una poppata o un biberon per essere sicuri che abbia preso qualcosa.

Il ragionamento è comprensibile e l'effetto è circolare: il bambino impara che rifiutando il pasto arriva qualcosa di più facile, più familiare e più gradito. Non è un calcolo, è un apprendimento, e funziona molto bene. Nel giro di poche settimane il pasto solido diventa un passaggio da superare per arrivare al latte.

Il latte resta l'alimento principale del primo anno e non va tolto: va tenuto ai suoi momenti, non usato come rete di sicurezza a fine pasto.

3. Fermarsi dopo tre tentativi

Un alimento viene proposto due o tre volte, viene rifiutato, e si conclude che non gli piace. Da quel momento non torna più nel piatto.

I numeri raccontano un'altra cosa: per molti alimenti, e in particolare per i sapori amari come diverse verdure, l'accettazione arriva dopo un numero di esposizioni che spesso sta fra le otto e le quindici. Chi si ferma a tre non ha scoperto un gusto, ha interrotto un processo a un decimo del percorso.

Riproporre non significa insistere nello stesso pasto: significa far ricomparire quell'alimento nel piatto qualche giorno dopo, senza commenti e senza pressione. Il meccanismo è spiegato per esteso in il bambino che non mangia verdura, perché è lo stesso a due anni e a sei.

4. Restare troppo a lungo sulle consistenze lisce

Il frullato funziona: si mangia più in fretta, sporca meno, non fa tossire. Così si continua, e i mesi passano.

Il problema non è nutrizionale, è motorio. Gestire un grumo, spostarlo con la lingua, masticare un pezzo morbido sono capacità che si imparano, e c'è una fase in cui si imparano con più facilità. I bambini che arrivano tardi ai pezzetti spesso li accettano male — e a quel punto non è una preferenza, è una difficoltà reale che si è creata.

Entro i nove-dieci mesi la consistenza dovrebbe essere già cambiata: forchetta invece di frullatore, pezzi morbidi riconoscibili, qualcosa da tenere in mano.

5. Il pasto davanti a uno schermo

Un video tiene la bocca aperta e il pasto va liscio. È vero, e per la stessa ragione per cui non serve: un bambino distratto non mangia con più appetito, mangia senza accorgersene.

Tutto lo svezzamento consiste nell'imparare a riconoscere il cibo, i sapori, la fame e la sazietà. Con l'attenzione altrove quell'apprendimento non avviene, e resta solo l'ingestione. È anche il motivo per cui, quando lo schermo viene tolto, il rifiuto ricompare intatto: non era passato, era stato messo in pausa.

6. Il sale, «solo un pizzico»

Sembra la più innocua della lista e non lo è, per due motivi distinti.

Il primo riguarda il rene, che nel primo anno non gestisce bene un carico di sodio. Il secondo è più a lungo termine: la soglia del gusto salato si costruisce presto e resta. Un bambino abituato a cibi sapidi troverà insipide le stesse cose per molti anni, e l'ipertensione dell'adulto comincia in gran parte da abitudini stabilite in questi mesi.

Vale anche per le fonti nascoste, che sono la maggior parte: brodi pronti, formaggi stagionati, salumi, pane comune, cracker.

7. Assaggiare per lui

Un adulto assaggia la pappa, la trova insapore, e la corregge. È il modo più diretto di trasferire il proprio palato a qualcuno che ne ha uno diverso.

Un bambino di sei mesi ha una sensibilità gustativa molto più fine di quella di chi lo imbocca, e non ha nessun riferimento su come «dovrebbe» essere una cosa. Le verdure amare, che a un adulto abituato al sale sembrano immangiabili, per lui sono semplicemente un sapore nuovo — a patto che gli arrivi come è, e più di una volta.

8. Guardare il bambino degli altri

È l'errore che sta sotto quasi tutti gli altri. Un cugino della stessa età che mangia il doppio, un bambino al nido che a otto mesi mangia i pezzetti, una cognata che racconta una tabella rispettata alla settimana.

Le differenze fra bambini sani della stessa età, in questa fase, sono enormi e in gran parte irrilevanti. Il paragone utile è uno solo, ed è con lo stesso bambino un mese prima: gli alimenti accettati sono aumentati? La consistenza è andata avanti? La crescita segue la sua curva? I pasti sono sereni?

Se le risposte sono sì, sta andando bene, indipendentemente da cosa fa il cugino.

Quando invece serve guardarci dentro

Nessuna delle voci qui sopra è un'emergenza. Ci sono però situazioni in cui il problema non si risolve correggendo un'abitudine: una crescita che si discosta dalla sua curva, un rifiuto sistematico e non occasionale, un'esclusione alimentare che va avanti da settimane, episodi ripetuti di soffocamento o di tosse durante i pasti, un pasto che è diventato una lotta per tutti.

In quei casi la cosa sensata non è provare l'ottavo consiglio trovato in rete, ma guardare la situazione di quel bambino con la sua storia alimentare e le sue curve davanti — e, quando serve il medico, passare dal pediatra.

Lo studio è a Mira, sulla Riviera del Brenta. Ci arrivano soprattutto famiglie da Dolo, Mirano, Spinea, Mestre e Oriago di Mira, e chi non può spostarsi fa lo stesso percorso online.

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