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Anna SartoriBiologa Nutrizionista

Alimentazione nei luoghi di lavoro: cosa può fare un’azienda

Pausa pranzo, distributori, turni notturni, lavoro da casa: dove un’azienda ha davvero margine di intervento sull’alimentazione dei dipendenti, e dove non ne ha.

di Anna Sartori, Biologa Nutrizionista · 9 minuti di lettura ·

Quando un'azienda decide di occuparsi dell'alimentazione dei dipendenti, di solito parte da dove è più facile: una convenzione con una palestra, un cesto di frutta, una giornata a tema. Sono iniziative innocue e in genere senza effetto, perché non toccano nessuno dei punti in cui l'organizzazione del lavoro incide davvero su come si mangia.

I punti in cui incide sono quattro, e su tre di essi un'azienda ha margine reale.

Primo: la pausa pranzo

È il pasto su cui l'organizzazione ha più influenza, e quello che pesa di più sul pomeriggio.

Le variabili che contano non sono nutrizionali, sono logistiche: quanto dura la pausa, dove si può mangiare, cosa è raggiungibile a piedi in quel tempo. Una pausa di trenta minuti senza uno spazio dove sedersi produce panini mangiati alla scrivania, indipendentemente da quanto i dipendenti sappiano di alimentazione.

Le leve concrete, in ordine di costo crescente:

  • uno spazio dove mangiare che non sia la propria postazione, con un microonde e un frigorifero. È l'intervento con il miglior rapporto fra costo ed effetto, perché rende praticabile portarsi il pranzo da casa;
  • una pausa abbastanza lunga da permettere di mangiare seduti senza fretta;
  • una revisione dell'offerta di mensa o distributori, che è il punto successivo;
  • la formazione, che serve a usare bene le prime tre.

L'ordine conta: formare le persone su come comporre un pasto equilibrato, in un contesto dove nessun pasto equilibrato è raggiungibile in venticinque minuti, produce frustrazione e nient'altro.

Secondo: mensa e distributori

Dove esiste un'offerta interna, l'azienda sta già facendo scelte alimentari per conto di tutti — solo, spesso, senza saperlo.

Un menù di mensa può essere riletto con criteri semplici: presenza quotidiana di una fonte proteica adeguata, presenza di verdura in una forma che qualcuno voglia mangiare, disponibilità di cereali integrali, dimensione delle porzioni, quantità di sale. Non serve trasformare la mensa: serve che le opzioni sensate esistano e siano visibili.

Sui distributori il margine è più stretto ma il principio è lo stesso: la composizione dell'assortimento e la posizione dei prodotti al suo interno determinano cosa viene scelto molto più di qualunque cartello informativo.

Un dettaglio che vale la pena conoscere: nelle mense e nei distributori il fattore che sposta di più le scelte non è l'informazione, è la disponibilità e la collocazione. Le persone scelgono in pochi secondi, fra ciò che vedono per primo.

Terzo: i turni e il lavoro notturno

È l'ambito in cui il bisogno è più concreto e l'attenzione più bassa.

Chi lavora di notte mangia in controfase rispetto al proprio ritmo biologico, e questo ha conseguenze documentate su tolleranza glucidica, digestione e qualità del sonno. Il lavoro a turni è associato a un rischio metabolico e cardiovascolare maggiore, e l'alimentazione è una delle poche variabili su cui si può intervenire.

Le indicazioni utili per chi fa notte non sono le stesse che valgono per tutti: riguardano la distribuzione dei pasti lungo il turno, la scelta di pasti più leggeri nelle ore centrali della notte, la gestione della caffeina in rapporto all'orario in cui si andrà a dormire, e cosa mangiare al rientro a casa. Sono contenuti specifici, e sono quelli che i lavoratori notturni chiedono per primi quando gliene si dà l'occasione.

Quello che l'azienda può fare: garantire l'accesso a cibo adeguato durante il turno notturno — spesso l'unica opzione disponibile è un distributore — e prevedere una formazione dedicata invece di includere i turnisti in un incontro generico che non parla di loro.

Quarto: il lavoro da casa

È il punto in cui il margine dell'azienda è più limitato, e conviene ammetterlo.

Il lavoro da remoto sposta il problema: la difficoltà non è più l'accesso al cibo, è la sua eccessiva disponibilità unita alla scomparsa dei confini fra pasto e lavoro. La struttura della giornata — che in ufficio era data dall'ambiente — deve essere ricostruita da ciascuno.

Qui la formazione è quasi l'unico strumento sensato, ed è anche piuttosto efficace, perché il tema è concreto e riconoscibile.

Cosa aspettarsi, e cosa no

Vale la pena essere onesti sui risultati, anche perché la normativa sulla comunicazione sanitaria non consente di prometterne.

Un intervento formativo sull'alimentazione non produce un calo misurabile di assenteismo, né miglioramenti clinici documentabili sulla popolazione aziendale, e chi lo promette sta vendendo qualcosa. Quello che produce è più modesto e più reale: competenze che prima non c'erano, un'offerta interna migliore, e — questo è il dato che le aziende riportano più spesso — la percezione che l'organizzazione si occupi di qualcosa che riguarda le persone.

Gli indicatori sensati da guardare sono la partecipazione, la richiesta di ripetere l'iniziativa, e i cambiamenti nell'offerta interna che ne derivano. Non i chili dei dipendenti, che non sono affari dell'azienda e che nessuno dovrebbe misurare.

Un vincolo che è anche una garanzia

Le linee guida della professione vietano al biologo nutrizionista di promuovere, pubblicizzare o vendere prodotti alimentari e integratori nell'ambito dell'attività di consulenza.

In un contesto aziendale questo ha una conseguenza pratica utile: i contenuti non possono spingere un marchio, un metodo o un prodotto, perché al professionista è vietato. Per un'azienda che valuta a chi affidare la formazione dei propri dipendenti, è una distinzione che vale la pena verificare — perché in questo mercato non è la norma.

Sul trattamento fiscale di queste iniziative all'interno di un piano di welfare, invece, il riferimento è il vostro consulente del lavoro o commercialista: le regole cambiano e le cifre vanno verificate su base annua, non lette su un sito.

Portare questi temi in azienda

Gli stessi contenuti, in un formato pensato per i dipendenti: giornate formative, sportello nutrizionale, webinar.