Alimentazione in allattamento: cosa cambia e cosa no
Quali alimenti servono davvero durante l’allattamento, quali precauzioni hanno basi solide e quali sono eliminazioni inutili che impoveriscono la dieta della mamma.
di Anna Sartori, Biologa Nutrizionista · 8 minuti di lettura ·
Nelle prime settimane dopo il parto arriva un elenco. Di solito è un elenco di divieti: niente cavolfiore, niente cipolla, niente legumi, niente cioccolato, niente caffè, niente aglio, niente peperoni. Cambia da persona a persona, e questo è già un indizio.
La verità è meno restrittiva e più impegnativa: in allattamento serve mangiare meglio, non mangiare meno cose.
Cosa cambia davvero
Il fabbisogno energetico aumenta di circa 450–500 kcal al giorno durante l'allattamento esclusivo. Non è una cifra da inseguire con il contatore: è la ragione per cui la fame aumenta, e per cui ignorarla è controproducente.
Aumenta anche il fabbisogno idrico, e in modo molto percepibile: la sete durante la poppata è un fenomeno fisiologico. La regola pratica è tenere un bicchiere d'acqua dove si allatta, e bere secondo sete.
Alcuni nutrienti hanno un fabbisogno che sale più di altri: iodio, vitamina D, acidi grassi omega-3 a lunga catena, vitamina B12 — quest'ultima in modo critico se la mamma segue un'alimentazione vegetariana o vegana. Su questi la composizione del latte risente davvero di quello che mangia la mamma, ed è il motivo per cui alcune integrazioni in allattamento hanno senso, prescritte da chi vi segue.
Su altri nutrienti, invece, il latte resta stabile a spese delle riserve materne: il calcio è l'esempio classico. Il latte non ne conterrà meno se la mamma ne assume poco — sarà la mamma a rimetterci. È una ragione in più per mangiare bene, ma non un motivo di ansia per il bambino.
Gli alimenti che non vanno eliminati
Le eliminazioni preventive per «prevenire le coliche» non hanno basi solide. Le crucifere, i legumi, la cipolla, l'aglio non producono gas nel latte: il gas si forma nell'intestino della mamma e non passa nel circolo sanguigno. È il punto che rende l'intero elenco privo di fondamento.
Le coliche del lattante sono un fenomeno di cui la causa non è chiarita, sono comuni, hanno un decorso che si esaurisce da solo intorno ai tre-quattro mesi, e nella grande maggioranza dei casi non dipendono dall'alimentazione materna. Nel frattempo, l'eliminazione a catena di alimenti impoverisce l'alimentazione di una persona che ha bisogno del contrario.
Il sapore del latte, questo sì, cambia con quello che la mamma mangia. Ma è un vantaggio, non un problema: l'esposizione precoce a una varietà di sapori attraverso il latte è associata a una maggiore accettazione degli alimenti al momento dello svezzamento. La mamma che mangia vario sta già preparando il terreno.
Quello su cui vale la pena stare attenti
Poche voci, e con ragioni precise.
L'alcol passa nel latte in concentrazione simile a quella nel sangue. La raccomandazione prudente è evitarlo; se si beve occasionalmente, va fatto subito dopo una poppata e lasciando passare almeno due ore per unità alcolica.
La caffeina passa in piccola quantità ma viene eliminata molto lentamente dal neonato. Fino a due o tre tazzine al giorno in genere non danno problemi; se il bambino è particolarmente irritabile o dorme male, vale la pena provare a ridurre — contando anche tè, cola e cioccolato.
I pesci di grossa taglia — pesce spada, tonno rosso, squalo, marlin — accumulano metilmercurio e vanno limitati. I pesci piccoli e i pesci grassi come sardine, sgombro, alici sono invece fra le cose più utili in allattamento, per gli omega-3.
Le tisane e i prodotti erboristici non sono innocui per definizione. Alcune piante hanno effetti farmacologici reali e non tutte sono studiate in allattamento: vanno trattate come qualunque altra sostanza attiva.
Quando l'eliminazione ha davvero senso
C'è un caso in cui una dieta di eliminazione è appropriata: il sospetto clinico di un'allergia alle proteine del latte vaccino nel lattante, con segni concreti — sangue nelle feci, eczema importante, reflusso severo, arresto della crescita.
In quel caso l'eliminazione riguarda un alimento specifico, si fa sotto controllo, dura un periodo definito — in genere due-quattro settimane — e si conclude con una reintroduzione controllata per verificare se il sospetto era fondato. Un'eliminazione a tempo indeterminato, decisa in autonomia e mai verificata, non è una diagnosi: è solo una dieta più povera.
La parte pratica, che è quella difficile
Il problema reale delle prime settimane non è sapere cosa mangiare. È riuscire a mangiare.
Con un neonato, i pasti diventano irregolari, spesso in piedi, spesso con una mano sola. Quello che funziona, in ordine di utilità:
- avere in casa cose pronte e sensate: frutta secca, yogurt, frutta lavata, pane integrale, uova sode, legumi già cotti;
- cucinare in quantità doppia quando capita di cucinare, e congelare porzioni singole;
- accettare aiuto in forma di cibo, quando qualcuno chiede cosa può fare;
- non saltare la colazione, che è spesso il pasto più facile da fare in una giornata imprevedibile;
- tenere acqua a portata di mano in ogni posto in cui si allatta.
Se dopo qualche settimana la sensazione è di mangiare male, in modo disordinato o insufficiente, non è una questione di volontà e non si risolve con più disciplina. Si risolve con un'organizzazione diversa, che è una cosa che si può costruire.
Dopo: il passaggio allo svezzamento
Intorno ai sei mesi la domanda si sposta sul bambino, ma l'alimentazione della mamma resta rilevante finché l'allattamento continua — e può continuare a lungo. Non c'è un momento in cui «si può ricominciare a mangiare tutto», semplicemente perché non c'era niente da smettere.